Il traguardo di Cristina Nuti a Francoforte:
«Come una medaglia appuntata sul cuore»
IRONMAN L’atleta classe 1972 di origine lodigiana residente a San Donato Milanese e alla quale all’età di 37 anni è stata diagnostica la sclerosi multipla
Lettura 1 min.«L’Ironman, per me, non è un adesivo da mostrare ma una medaglia da appuntarsi direttamente sul cuore». Di certo Cristina Nuti, l’atleta classe 1972 di origine lodigiana residente a San Donato Milanese e alla quale all’età di 37 anni è stata diagnostica la sclerosi multipla, distintivi così continua a conquistarne.
«La sfida a Francoforte è stata dura, intesa, rovente per le temperature elevatissime – racconta – ma mi ha lasciato dentro tanto. Si parte in un modo e si arriva cambiati, e anche questa volta è stato così: non solo per la fatica, ma per la consapevolezza di essere cresciuta, di essermi goduta ogni istante e di aver trovato felicità perfino dentro una prova così estrema». È la quarta occasione in cui Nuti taglia la linea d’arrivo della triplice, ovvero la massacrante gara che prevede 3,86 km a nuoto, 180 km in bicicletta e 42,195 km di corsa (la distanza di una maratona). «Nonostante i chilometri in meno, l’afa ha reso tutto durissimo. Eppure posso dire con orgoglio che è stata la gara meglio gestita della mia carriera. Non mi sono sentita sola nemmeno per un secondo e soprattutto sono arrivata al traguardo felice». L’atleta sandonatese si avvale di un team e nel momento della felicità ci tiene a nominarli: «Tutto è stato possibile per merito di una squadra pazzesca: ringrazio il coach Giulio Molinari per aver calibrato ogni singolo allenamento in modo ineccepibile ma soprattutto per essere stato all’occorrenza anche fratello e psicologo. E poi grazie al nutrizionista Massimo Rapetti per i preziosi consigli». Una settimana dopo l’Ironman, Nuti riprende a far fatica sui pedali alla Maratona delle Dolomiti per non smettere di comunicare il suo messaggio d’amore incondizionato per la vita: «La Maratona non è solo una gara: è il silenzio delle montagne, è quella sensazione unica di vicinanza al cielo, è la pace che certi luoghi riescono a infondere senza bisogno di parole. Sul Pordoi, in particolare, trovo sempre qualcosa di speciale. È un posto dove la fatica incontra la meraviglia, dove restano il respiro, la luce e la montagna. E in quel momento capisco che non è solo sport, non è solo salita: è un’esperienza dell’anima».
Un’anima che ritorna alle origini lodigiane della famiglia: «Come l’Ironman, anche questa è una sfida che ti cambia. Ma in più porta con sé una pace profonda, intima, quasi sacra. E per me tutto questo vale ancora di più, perché questi sono luoghi cari alla mia mamma. Quindi ogni pedalata, ogni salita, ogni emozione ha dentro anche un pezzo di lei. Ed è forse questo il regalo più grande: sentirla vicina, proprio lì, in mezzo a quelle montagne che sanno parlare al cuore». Un cuore diventato un esempio per tutti a non arrendersi davanti agli ostacoli della vita.
© RIPRODUZIONE RISERVATA