«Europa, l’Italia non dice sempre sì»
Industriali La presidente del Consiglio Giorgia Meloni lunedì a Milano all’assemblea generale di Assolombarda
Lettura 2 min.Milano
«L’Italia non siede al tavolo europeo per dire sempre sì, ma anche per dire la sua quando qualcosa non va». La presidente del Consiglio Giorgia Meloni strappa l’applauso, verso la fine del proprio intervento davanti agli imprenditori di Assolombarda, parlando di inflazione e della necessità che l’Unione europea «ne tenga conto», perché «pesa su famiglie, conti pubblici e sistema produttivo». Non a caso, avverte, «riproporrò personalmente la questione al consiglio europeo di giovedì e venerdì». Così come, sottolinea la premier, anche la partita energetica non può essere giocata da un solo Stato membro, ma deve essere una priorità per Bruxelles.
Meloni parla a Milano, al Teatro Dal Verme, lunedì mattina, ospite d’onore dell’assemblea generale di Assolombarda, la più influente organizzazione territoriale industriale italiana che raggruppa Milano, Monza Brianza, Lodi e Pavia.
Attesa dal presidente di Assolombarda Alvise Biffi e dal presidente del Senato Ignazio La Russa, la presidente del consiglio entra in sala attorno alle 10, salutata da un applauso e prende posto in prima fila. Ascolta la lunga relazione di Biffi (prendendo appunti su un’agendina), i saluti istituzionali di Beppe Sala (che denuncia l’allargarsi della «forbice delle disuguaglianza») e di Attilio Fontana e poi si prende la scena, non prima di stemperare un poco la solennità dell’evento chiedendo di togliere un gradino del podio («credo mi abbiate un poco sottovalutato», dice, strappando una risata).
Poi l’affondo sui temi caldi. «La crescita italiana è ancora troppo debole ma la nostra economia ha retto l’onda d’urto degli ultimi anni» scandisce, senza far nulla per nascondere la polemica accesa con l’Istat da qualche settimana. «La bassa produttività frena la crescita» - aggiunge -: è un «problema ventennale» e tra le cause Meloni individua la dimensione delle nostre imprese e gli «scarsi investimenti» in innovazione e sviluppo.
Guardando al futuro, Meloni non si sottrae al dibattito sull’intelligenza artificiale: «Le imprese sono aperte all’innovazione, nostro compito è fornire regole e strumenti». «Siamo stati i primi in Europa - rivendica - a dotarci di una legislazione sulla AI», perché, evidenzia, quest’ultima rischia di avere «impatti sulla democrazia, sul mercato del lavoro, sul concetto di responsabilità e sulle diseguaglianze». «Dobbiamo governare il fenomeno - prosegue - ed è un tema da affrontare a livello globale». Lo sviluppo della AI richiede però la creazione di grandi Data center e in Lombardia il tema è molto caldo, con il fronte del no che prende forma. Meloni non si sottrae, segnala che il Governo ha «tagliato i tempi» per queste infrastrutture e «sono già 7 gli investimenti per complessivi 25 miliardi di euro che il consiglio dei Ministri ha definito strategici». «La Lombardia - aggiunge - è la prima regione italiana per investimenti e può svolgere un ruolo di traino», ma «dobbiamo garantire la tutela del territorio» e la «sostenibilità».
Se c’è un punto sul quale la presidente del Consiglio spinge sull’acceleratore è quello dell’energia. Ricorda che «nessun motore corre senza carburante» e prova a condividere in qualche modo la forte denuncia lanciata dagli industriali per costi energetici altissimi, che incidono sulla competitività delle nostre imprese. La premier parla di «taglio delle accise», rivendica di aver «stanziato finora 60 miliardi di euro» per fronteggiare il caro bolletta-carburante e ricorda «l’appello lanciato dal Governo alle società energetiche per calmierare i prezzi». Ma avverte: «Dobbiamo costruire una risposta strutturale e di lungo periodo per non essere sempre in balia delle emergenze». E dunque, da un lato una risposta arriva dal nucleare sostenibile sbloccato dall’attuale esecutivo («l’obiettivo è produrre energia dal nucleare entro il prossimo decennio se il percorso non verrà bloccato») e dall’altro ecco la chiamata in causa dell’Europa. «Servono interventi radicali dell’Unione europea a difesa delle nostre industrie» e sul banco degli imputati finiscono gli Ets: se questo sistema «diventa insostenibile, l’Europa non diventa più verde ma più povera».
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