Il caldo mette a dura prova le api, meno castagno e zero melata
ECONOMIA Marco Curti fa un bilancio della produzione di miele
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«Meno castagno, zero melata. Ha tenuto l’acacia, ha ceduto un po’ il millefiori. Quest’anno è andata così». La voce è quella di Marco Curti, titolare con la sorella Silvia dell’azienda Apicoltura del Ponte di Maleo (450 alveari con apiari nomadi collocati, oltre che a Maleo, a Bertonico, Castelgerundo e Pizzighettone). Il caldo rovente è entrato anche negli alveari e costretto le api a dedicare più energie alla termoregolazione della colonia. Un’attività che ha sottratto forza lavoro al bottinamento dei fiori e che alla fine, messa in conto anche la scarsità d’acqua, ha determinato un calo complessivo della produzione di miele. «Alla fine di giugno - dice Curti - come tutti gli anni ho portato le api per una ventina di giorni sull’Appennino Tosco-Emiliano per fare il miele di castagno. Di solito ne raccoglievo 25 chili per alveare, quest’anno ne ho raccolti solo 15. Al ritorno avrei voluto fare il miele di melata, ma non ci sono riuscito per via del caldo eccessivo ma anche perché sono in corso da tempo azioni di contrasto alla metcalfa, un insetto parassita che si nutre della linfa delle piante e risulta dannoso per altre colture, ma la cui azione è alla base della produzione di questa qualità di miele. Meglio erano andate le cose in primavera per il miele di acacia, con una raccolta nella media, mentre per il millefiori la produzione era risultata un po’ scarsa».
Il caldo non aiuta, anzi. Però, osserva Curti, ci vorrebbe un po’ di biodiversità in più: «Purtroppo nel Lodigiano è quasi sparita, si coltiva tanto mais. I prati stabili di una volta, con trifoglio, tarassaco e altre varietà di fiori spontanei, non ci sono più». Tempi duri, dunque, per i produttori di miele. Lo evidenzia anche la Coldiretti: «Oltre ai problemi legati ai cambiamenti climatici che in questi ultimi anni hanno colpito l’Alveare Italia con il crollo verticale della produzione in molte regioni, a pesare sul futuro del settore c’è anche la concorrenza sleale dall’estero: nel 2025 sono arrivati oltre 26 milioni di chili di prodotto straniero (+18% rispetto all’anno precedente), di cui oltre un quarto di provenienza Extra Ue, spesso di bassa qualità e a prezzi stracciati. Questo ha causato una pressione al ribasso sulle quotazioni del miele italiano, mettendo in difficoltà i produttori nazionali».
Sul «Cittadino» in edicola oggi potete leggere l’articolo di Andrea Soffiantini
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