L’INTERVISTA - Stefano Bolis, Banco Bpm: «Sosteniamo l’Italia che fa del bene»
Originario di Orio Litta, da pochi mesi è il responsabile della Direzione “Istituzionali, Enti e Terzo settore” del gruppo Banco Bpm: lo abbiamo incontrato in redazione a Lodi
Lodi
Stefano Bolis, originario di Orio Litta, dallo scorso settembre ricopre il ruolo di responsabile della Direzione “Istituzionali, Enti e Terzo settore” di Banco Bpm, dopo dieci anni passati a Modena alla Direzione “Emilia Adriatica” di Banco Bpm.
Bolis, resta in famiglia, ma è stato un bel salto…
«Un grande salto, lo ammetto, perché mi trovo nella condizione di essere ambasciatore del gruppo. Sono entusiasta e ringrazio il nostro amministratore delegato, Giuseppe Castagna, che ha creduto in me».
Possiamo tratteggiare i confini del suo nuovo impegno? Di cosa si occupa esattamente?
«È un perimetro vasto, che condivido con 120 colleghi, a cui va la mia personale riconoscenza per l’impegno. La premessa doverosa è che viviamo in un’economia mista, per il 35-40 per cento privata e per la restante parte pubblica, intesa non solo come pubblica amministrazione. Ecco, la mia struttura si occupa proprio di questa parte, con la clientela di nostra competenza, definita “Istituzionale”, divisa in tre settori. Abbiamo gli Istituzionali: assicurazioni, fondazioni bancarie, società di gestione del risparmio, fondi pensione, enti previdenziali, Stato centrale, le Regioni e i grandi Comuni. Poi c’è il segmento Enti religiosi e terzo settore: enti religiosi, fondazioni, terzo settore, cooperative e imprese. Infine, il segmento della Pubblica amministrazione: i Comuni, al settore pubblico costituito dalle controllate della pubblica amministrazione e agli altri enti».
Si tratta di confini molto larghi, di competenze che non sempre siamo abituati ad abbinare al settore bancario…
«Al momento il modello di Banco Bpm che ho appena descritto è unico nel panorama bancario nazionale, ha una forte valenza strategica ed è in grado di rispecchiare un’effettiva matrice del nostro Paese. Pochi giorni fa, infatti, è stata presentata una ricerca della società Demos di Ilvo Diamanti che registra come in Italia i territori e la Chiesa - sebbene quest’ultima in calo - esprimano ancora valori condivisi dalla maggior parte dei cittadini. La mia direzione applica un modello distributivo di vicinanza, parlando con i territori attraverso la nostra rete capillare e al tempo stesso dialogando con i livelli apicali. Mi piace ricordare che siamo una delle banche di riferimento per la Conferenza episcopale italiana, l’Istituto per il sostentamento del clero, il Governatorato vaticano, lo Ior. Pensi solo che ogni mese accreditiamo lo stipendio ai circa 37 mila sacerdoti italiani».
È possibile fornire qualche numero su questi clienti particolari, che non sono privati e nemmeno aziende?
«Il 2 per cento dei clienti di Banco Bpm sono classificati nel segmento Istituzionale e garantiscono il 13 per cento della raccolta complessiva della nostra rete. Ad essi va il 7 per cento degli impieghi complessivi del gruppo: si tratta di finanziamenti a bassissimo rischio, con tassi di sofferenza vicini allo zero. Le fornisco qualche altro valore economico: la nostra quota di mercato nel settore non profit è del 10 per cento, che sale al 12 per cento nel comparto degli enti religiosi. Su questi ultimi esprimiamo una forte specializzazione, perché occorre conoscere le regole di quel mondo, come il diritto canonico. È un ambito nel quale non ci si può improvvisare. Discorso simile vale per la pubblica amministrazione. Anche in questo caso occorre abbinare il modello di banca di prossimità a una forte specializzazione».
Cosa ha portato in questo nuovo ruolo della sua esperienza pregressa di manager bancario molto attivo sui territori?
«Da venticinque anni opero sui territori con ruoli di responsabilità e negli ultimi venti come direttore territoriale, questo mi ha formato come uomo e come professionista. Cerco di applicare al lavoro tre valori: l’entusiasmo, l’esempio e la prossimità verso i colleghi e verso le comunità con le quali mi relaziono».
Il confronto con il mondo del terzo settore è certamente stimolante, anche dal punto di vista umano. Come sorreggete questo pilastro fondamentale del Paese?
«Abbiamo circa 35mila clienti tra enti religiosi e non profit, di cui 30mila appartenenti al terzo settore. Lo stock di finanziamenti in essere alle realtà di quest’ultimo comparto ammonta a 1 miliardo di euro e costantemente, anno dopo anno, le nuove erogazioni si attestano a circa 100 milioni di euro. Vicinanza fisica significa anche essere concreti e parlare la stessa lingua».
Banco Bpm ha rapporti con migliaia di Comuni, enti sovracomunali, ospedali, istituzioni pubbliche. In questo settore cosa chiedono i vostri interlocutori?
«Mi lasci dire intanto che riscontriamo una evidente evoluzione positiva sia nella pubblica amministrazione sia nelle partecipate. Personalmente ho la netta sensazione che questo mondo stia cambiando in meglio. Quanto alle richieste, sono sempre orientate a servizi innovativi, mi riferisco ad esempio al servizio “PagoPa” e al supporto per esigenze di investimento. In questo momento, inoltre, la pubblica amministrazione sta concentrando energie e risorse sullo sviluppo del Pnrr-Piano nazionale di ripresa e resilienza e chiede agli interlocutori bancari serietà, professionalità, servizi e prodotti adeguati che noi, come terza banca del Paese, possiamo mettere a disposizione».
Siamo spesso orientati ad abbinare alla pubblica amministrazione l’immagine di burocrazia asfissiante e lentezza dei processi decisionali. Ma dal suo punto di vista è davvero così? O ha fatto scoperte sorprendenti?
«Siamo di fronte a un luogo comune da sfatare, perché sono in atto processi di cambiamento enormi, sia dal punto di vista del personale, sia per quanto concerne i processi innovativi. Il Pnrr peraltro è un facilitatore, perché il suo sviluppo richiede alla Pa di adeguarsi a standard europei e di dotarsi di personale altamente qualificato. La pubblica amministrazione ha accelerato il passo e mi riferisco anche alle società partecipate come le aziende dei rifiuti, del trasporto pubblico e dell’energia, che stanno attuando robusti piani di investimento orientati verso gli standard Esg, dunque con un forte impatto ambientale».
Occuparsi di credito agli enti religiosi credo sia un lavoro davvero particolare. Avrà a che fare con i parroci delle piccole parrocchie e con istituti di grande storia e tradizione. Cosa può raccontarci?
«Il mondo della Chiesa ha caratteristiche uniche. È un settore che, al netto di qualche eccezione fisiologica, ha un bassissimo tasso di insolvenza, dovuto alla serietà con la quale i parroci e gli enti religiosi portano avanti gli investimenti. Oggi la Chiesa, anche a seguito della contrazione dell’Otto per mille, sta lavorando in particolare sulla valorizzazione di due asset: il patrimonio immobiliare e la sanità religiosa, che in Italia conta ben 350 strutture, un numero elevato. Personalmente ho la possibilità di confrontarmi con tantissimi interlocutori, dai cardinali ai parroci, e il rapporto è sempre molto umano. Abbiamo recentemente chiuso una convenzione con la Diocesi di Genova e le sue 270 parrocchie ed è stato emozionante incontrare il vescovo, l’economo della Diocesi e i parroci. Constato che il modello di gestione economica della Chiesa, che sempre più spesso abbina laici molto preparati ai presbiteri, è intelligente».
Perdoni l’azzardo… è più facile andare d’accordo con i sindaci o con i preti?
«Bella domanda! Sacerdoti e sindaci hanno un minimo comun denominatore, la passione per la loro comunità, una passione marcata ed evidente. E hanno anche un obiettivo che li rende molto simili: operare per il bene comune».
Il suo nuovo ruolo la porta a viaggiare per tutta Italia. Immagino sia stimolante…
«A parte la logistica impegnativa perché ho sempre la valigia pronta, è un’esperienza fantastica in quanto ti porta ad allacciare continuamente nuove relazioni. Sono un ambasciatore del gruppo Banco Bpm e mi muovo avendo a mente responsabilità , reputazione e nella consapevolezza che nel Dna della struttura che mi è stata affidata c’è l’impegno per promuovere il bene comune».
Che idea si è fatto di questo nostro lungo e vario Paese?
«L’Italia ha ancora molte incrostazioni, ma ci sono davvero tante persone che operano per il bene collettivo e dunque non posso che essere ottimista. Lo sono per natura e credo che oggi sia più che mai importante fare sistema superando le divisioni».
Banco Bpm è un istituto nazionale, ma fortemente radicato al Nord. Quali sono le zone del Paese su cui si concentra maggiormente il suo lavoro?
«La sede è a Roma, perché la capitale è il centro del mondo pubblico, religioso e politico. Operiamo però a livello nazionale e abbiamo tre strutture organizzate sui territori a Lodi, Milano e Verona. La direzione ha ramificazioni in tutta Italia ma con un particolare radicamento nelle cinque regioni del Nord, Lombardia, Veneto, Piemonte, Liguria e Toscana, le stesse in cui il gruppo Banco Bpm ha le maggiori quote di mercato».
Lei è entrato alla Banca Popolare di Lodi nel 1984, potremmo dire che è bancario ormai navigato, ma credo non abbia mai reciso le radici con il suo territorio, il Lodigiano. Posso chiederle un giudizio sul nostro sistema economico? In che direzioni dovremmo orientare gli investimenti per lo sviluppo?
«Non ho mai reciso le mie radici e resto un lodigiano convinto. Certo ho vissuto esperienze anche in altri territori e nel mio Dna c’è un po’ di Emilia-Romagna, dove ho lavorato a lungo e con grande soddisfazione. Credo sia più corretto lasciare il giudizio sul sistema economico lodigiano a chi oggi opera in questo territorio. Tuttavia mi pare interessante dirvi cosa si pensa dei lodigiani fuori da questa provincia: siamo percepiti come persone perbene, laboriosi, con una forte inclinazione a fare del bene per gli altri».
Non posso non insistere, in che direzione può svilupparsi il Lodigiano?
«Mi limito a condividere una riflessione, che peraltro ho ritrovato in un recente intervento del sindaco di Lodi sul “Cittadino”: lo sviluppo economico del Lodigiano non può prescindere dal rapporto con la vicina Milano, pur mantenendo la nostra autonomia e la nostra identità. Mi permetta di chiudere con una proposta».
Sono curioso…
«Sarebbe importante che proprio “Il Cittadino” mettesse attorno a un tavolo i lodigiani che rivestono ruoli di responsabilità in tutta Italia, chiedendo loro come immaginano il futuro di questa terra».
Chi farebbe sedere a questo tavolo?
«Figure di altro profilo, che per fortuna non mancano. Solo per citarne alcune: abbiamo due vescovi, monsignor Fisichella, al quale è affidata l’organizzazione del prossimo Giubileo, e poi penso al presidente del Copasir onorevole Lorenzo Guerini, a Guido Guidesi, che è l’assessore allo Sviluppo economico di una delle regioni più importanti d’Europa. E guardi, mi spingo, fra i tanti, a indicare anche un non lodigiano che ha questa provincia nel cuore: il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. E finisco con Massimo Dominici, di Secugnago, primario di oncologia a Modena e chiamato dall’Organizzazione mondiale della sanità nell’International Pharmacopoeia and Pharmaceutical Preparations con il compito di valutare nuovi farmaci per terapie cellulari e geniche all’interno del neonato. E naturalmente ce ne sarebbero molti altri che per capacità, intelligenza e amore per questa terra potrebbero contribuire a sviluppare una visione nuova, ampia ed efficace per il futuro del Lodigiano».
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